Nel grande salone di Palazzo Madama Francesco Boccia commenta con scetticismo i toni dialoganti di Giorgia Meloni e la proposta di un tavolo con l'opposizione. "Ha usato toni bassi - spiega - perché ha i sondaggi sulla vittoria del No al referendum. Gli avevano assicurato l'affermazione del Sì che si sarebbe portata dietro la nuova legge elettorale, il rilancio del premierato. Poi vittoria alle elezioni, nuovo Capo dello Stato di centrodestra, nuova Consulta e giochi chiusi. Invece, si è messo di mezzo il signor Fritz, Nordio, a rovinargli i giochi. Ora c'è la guerra. La proposta di un tavolo con l'opposizione l'avrebbe dovuta fare una settimana fa, invece neppure una telefonata come fecero Draghi e Conte nelle emergenze. L'avanza ora ma è disposta a rifare un dibattito il 18 per il consiglio europeo, nella settimana dei referendum? Mi sa di no...". E, infatti, dieci ore dopo nella replica alla Camera la premier giudica quella richiesta "un modo per nascondere un No all'appello". Quindi spiega che non si può plaudire ai bombardamenti Usa "quando vengono decisi da un presidente democratico e criticarli quando il presidente non è democratico" e rinfaccia a Conte le parole "caute con cui aveva criticato Trump quando fu ucciso il generale Solemaini violando il diritto internazionale".
Alle 20 di ieri sera il dialogo, quindi, è abortito. La ragione? Semplice: il tema è la guerra, ma sullo sfondo c'è un'altra guerra quella tra "Sì" e "No", il referendum. Gli argomenti si intrecciano. È inevitabile. Chi vuol perdersi, dice il proverbio, Dio l'aiuta. Purtroppo la forsennata campagna referendaria, trasformata nella madre di tutte le battaglie, condiziona. Risultato: ti scontri sul Sì e sul No e finisci per essere diviso pure sulla guerra il che è a dir poco imbarazzante.
La Meloni a dir la verità ci ha provato. C'è stata l'apertura, il nome di Trump è diventato un "omissis", non l'ha mai pronunciato nella sua relazione, ha parlato di Europa, ha rivendicato il rapporto con i principali paesi europei a cominciare da Macron anche se poi ha difeso l'istituto dell'unanimità che aiuta Orbán. Solo che la disponibilità è arrivata tardi. Conte ("la Meloni parla della guerra come un passante") e Fratoianni hanno subito risposto "picche", mentre l'atteggiamento del Pd sul possibile dialogo è apparso tattico. Con mille sfumature e mille condizioni. C'è chi ci ha sperato come i "riformisti". Ha confidato Guerini nel corridoio dei passi perduti: "La Meloni ci convocasse. I partiti non potrebbero rispondere di no. Altrimenti non si parli di tavoli o tavolini". Chi ha puntato a chiudere senza assumersi la responsabilità. "Se ci invita ad un tavolo - ragionava il vicesegretario Provenzano - noi ci andiamo, siamo persone educate. Solo che doveva farlo prima, non dopo aver deciso tutto, non solo per il dessert. E poi è vincolata: il suo distinguo da Trump si limita al non citarlo per nome". E chi invece è stata subito più netta. "Vi pare - ha detto la capogruppo Braga ai suoi deputati - che noi ad una settimana dal voto sul referendum andiamo al tavolo con lei? C'è Conte che fa fuoco e fiamme". Infine la Schlein ha dato la responsabilità della fine del confronto alla Meloni: "La premier in due ore ha aperto e chiuso il dialogo. Metta via la clava, l'Italia non merita la lotta nel fango".
Tutto è diventato complicato. Per assurdo c'è più sintonia tra i principali paesi europei che non tra i partiti italiani. Il desiderio del ministro Crosetto, quindi, è restato un sogno a parte un Sì del governo su una parte della mozione del Pd sull'Iran. "Bisognerebbe votare insieme - ha sospirato ieri in Transatlantico -, è un periodo difficilissimo".
Il vero problema è la congiuntura che mette insieme guerra e referendum. Nel salone di Palazzo Madama Matteo Renzi al mattino si lascia andare ad una lezione: "La Meloni è sola e la guerra è arrivata per lei nel momento peggiore. Io non so chi vincerà il referendum. So solo che se vince il No la Meloni o tenterà di andare al voto o cercherà gli autori della disfatta uno per uno. La Bartolozzi dovrà raggiungere il suo cervello che è già all'estero. Se io fossi in lei andrei al voto subito, in un anno il centrosinistra si rafforzerà, le primarie ne aumenteranno la capacità di rappresentanza. Lei, invece, ha il problema Trump e un ministro degli Esteri che sta facendo rivoltare Moro, Andreotti, Fanfani e lo stesso Berlusconi nella tomba E se perde il referendum avrà lo stesso destino dell'Akela sconfitto nel libro della giungla: il branco comincerà a mugugnargli contro".
Qualche segnale c'è già. Il telefono con Calenda piange. "Quella che manca - sentenzia duro il leader d'Azione - è una critica a Trump che è un amico di Putin". Soprattutto c'è la sensazione che la miscela Trump più guerra possa essere esiziale sull'esito del referendum. È una sensazione che attraversa il governo. "Certo non aiuta" ammette il sottosegretario Mantovano. "La guerra è un problema per il referendum", ripete il ministro Picchetto.
Insomma, c'è un'aria che non piace e si spera. "Trump? La guerra? I sondaggi? Camma fa? - Si chiede il viceministro Sisto - Lotterò fino al novantesimo". Mentre il ministro Zangrillo fa gli scongiuri: "Per me c'è gente che vota Sì ma ha paura di dirlo. Se vince il No è un casino, sarà una via crucis". La speranza è l'ultima a morire. "Questa volta - confessa Balboni di FdI - è difficile. I loro sono mobilitati mentre i nostri ci dicono: c'è la guerra e pensate al referendum!. Poi c'è Trump che ci combina solo guai... Dobbiamo farci benedire".

