All’interno del conflitto regionale cominciato il 28 febbraio in Medio Oriente c’è un fronte ombra, quello iracheno, che fa meno notizia delle rappresaglie iraniane contro obiettivi negli Emirati Arabi o in Qatar e delle petroliere in fiamme nello Stretto di Hormuz. Ciò che succede nel Paese liberato nel 2003 dalla dittatura di Saddam Hussein e avviato dopo anni di guerra civile ad un lento e difficile cammino verso la democrazia, è da inquadrare in uno scontro non meno decisivo di quello che si sta svolgendo lungo le coste del Golfo Persico: quello, cioè tra la potenza sciita iraniana che, nonostante la decapitazione dei suoi vertici come un’Idra sta dimostrando una resistenza superiore alle previsioni degli strateghi del Pentagono, e le forze Usa intenzionate a negare l’influenza della Repubblica Islamica su Baghdad e dintorni.
L’ultima fiammata di violenze nel Paese mediorientale ci riguarda direttamente. La scorsa notte, infatti, Teheran o movimenti ad esso riconducibili hanno attaccato la base italiana ad Erbil, nel Kurdistan iracheno, per fortuna senza provocare vittime. L’avamposto in questione è collocato accanto ad una strategica base americana. Una circostanza che rende difficile stabilire se l’obiettivo del raid fossero i nostri militari o quelli statunitensi.
Quanto successo ad Erbil è solo l’ultimo incidente registrato in Iraq dall’inizio dell’operazione Epic Fury. La scorsa settimana, nel deserto meridionale iracheno al confine con l’Arabia Saudita, dei pastori locali hanno avvistato veicoli militari “anonimi” ed elicotteri dai quali si sono calati soldati appartenenti a “forze straniere” non meglio identificate. Pronto l’intervento delle forze di sicurezza di Baghdad che hanno lanciato nell’area una missione di ricognizione durante la quale uno dei loro militari ha perso la vita. Il governo centrale dell’Iraq ha condannato il “deplorevole incidente” senza fornire dettagli sull’identità delle forze straniere.
Il silenzio dietro il quale si sono trincerati gli iracheni malcela le difficoltà che le autorità del Paese hanno riscontrato nel rendere note l’identità dei militari coinvolti negli scontri armati. “Abbiamo qualche sospetto, ma non possiamo dirlo con certezza”, dichiara un funzionario iracheno al Financial Times suggerendo che il raid - comunque non un evento isolato - sia stato condotto dalle forze speciali statunitensi. Altre fonti del quotidiano britannico sostengono che l’Arabia Saudita avrebbe subito attacchi dall’interno dell’Iraq e “elementi stranieri” sarebbero entrati nel Paese per neutralizzare la minaccia.
Un funzionario della difesa Usa ha fatto sapere che Washington ha condotto operazioni in Iraq nell’ambito della sua campagna contro l’Iran al solo fine di “difendere le truppe statunitensi”. Gli americani, ha proseguito il funzionario, “sono stati attaccati da gruppi di milizie filo-iraniane e hanno reagito per legittima difesa” senza però entrare in conflitto con gli iracheni.
I proxy di Teheran in Iraq hanno già rivendicato il lancio di oltre una decina di attacchi con razzi e droni contro strutture militari e diplomatiche degli Stati Uniti. Numerosi gli obiettivi finiti nel mirino. Tra questi, installazioni petrolifere, l’ambasciata americana a Baghdad, una base aerea statunitense e diversi hotel ad Erbil. Martedì scorso, le milizie sciite avrebbero attaccato con diversi droni anche una struttura diplomatica e logistica all’interno dell’aeroporto di Baghdad. Il regime iraniano starebbe invece concentrando la sua potenza di fuoco contro le basi dei gruppi curdi nel nord dell’Iraq. Azioni che si sarebbero intensificate dopo le notizie diffuse la settimana scorsa su una possibile imminente invasione dell’Iran occidentale da parte dei soldati curdi.
Nuovi attacchi di rappresaglia degli americani contro le postazioni dei miliziani filo iraniani sarebbero avvenuti già nella giornata di ieri, ma non confermati ufficialmente da Washington. Gli analisti spiegano che gli Usa starebbe cercando di eliminare i sistemi di monitoraggio aereo e di comunicazione fondamentali per le milizie.
Gli attacchi iraniani in territorio iracheno si inseriscono nel contesto della strategia del caos messa in campo da Teheran per mettere sotto pressione gli alleati dell’America nella regione. Un’iniziativa che, spiega l’esperto Renad Mansour, l’Iran può articolare facilmente in Iraq, dove ha ampia influenza e legami di lunga data con politici e gruppi armati.
Le milizie sciite irachene hanno cominciato a prosperare dopo la caduta di Baghdad nel 2003 scatenando per oltre un decennio un duro scontro con gli americani, anche se alcune di esse si sarebbero unite dopo il 2014 alla coalizione guidata dagli Usa contro l’Isis. Decine di gruppi comanderebbero nel complesso più di 100mila combattenti, alcuni dei quali integrati nelle forze di sicurezza statali.
In generale, le organizzazioni sciite si sono comportate negli scorsi anni in maniera pragmatica dando priorità alla propria sopravvivenza e agli interessi finanziari senza seguire l’esempio in Libano di Hezbollah, altro grande alleato di Teheran. Le milizie non sono intervenute in occasione della guerra dei 12 giorni - il regime avrebbe intimato ai gruppi di rimanere in disparte - ma questa volta, dopo l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, sono scese in campo contro americani e israeliani.
È su questo sfondo che si muovono, a fatica, il primo ministro ad interim Mohammad Shia al-Sudani e l’intera classe politica irachena, i quali da un lato devono rassicurare Washington dimostrando di riuscire a tenere a bada le milizie (pur dipendendo dal sostegno degli stessi movimenti armati) e in contemporanea devono denunciare le forze straniere che operano in Iraq. Intanto, a conferma dell’importanza della quinta colonna iraniana a Baghdad, Mojtaba Khamenei nel suo primo messaggio dall’investitura a nuova Guida Suprema ha ringraziato anche “la coraggiosa resistenza irachena”. La strategia del caos continua.

