Un enigma avvolto in un mistero dentro un enigma. Solo la celebre frase di Winston Churchill può aiutare più di mille parole a descrivere lo scarno profilo pubblico della nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Hosseini Khamenei. Del secondogenito di Ali, neutralizzato in un raid israeliano il primo giorno della Terza Guerra del Golfo, si sa infatti ben poco e le indiscrezioni delle ultime ore riportano che la sua elezione sarebbe stata pilotata dall’ala più oltranzista dei Guardiani della Rivoluzione. Una nomina che, secondo i rumors, lascerebbe intravedere il passaggio da un regime teocratico ad un regime militare.
Khamenei sarebbe stato ferito alle gambe il 28 febbraio - oltre a suo padre, avrebbe perso anche la madre, la moglie e un figlio - ma adesso sarebbe vigile e al sicuro in un luogo protetto con un accesso alle comunicazioni limitato, affermano alcuni funzionari della Repubblica Islamica al New York Times. Una versione che cerca di giustificare l’assenza di immagini e dichiarazioni ufficiali del nuovo ayatollah. Una fitta coltre di mistero ha da sempre avvolto il 56enne nuovo leader iraniano che, pare, neanche suo padre, contrario ad un passaggio di testimone dinastico, avrebbe voluto come suo successore.
In queste ore prova a spiegare l’enigma Mojtaba un suo ex compagno di studi, Jaber Rajabi, che al Jerusalem Post afferma come il nuovo ayatollah sia “infinitamente più pericoloso” del padre e più disposto “a mentire e ad attribuire meno valore alla vita umana”. Rajabi, che ha lavorato come consigliere di politica estera dell’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e come intermediario con le milizie sostenute dal regime in Iraq, ha rilasciato le sue dichiarazioni al quotidiano israeliano dalla sua casa negli Emirati Arabi Uniti, dove vive in esilio e sotto protezione locale dal 2021.
La fonte del Jerusalem Post ha incrociato per la prima volta Mojtaba a Qom, dove ha cominciato a studiare con lui in un seminario religioso in quello che è il centro più prestigioso per la cultura islamica sciita. Rajabi afferma che il figlio di Khamenei “a quel tempo era molto ipocrita. Diceva qualcosa, ma dentro di lui c’era qualcosa di completamente diverso”. In una precedente dichiarazione rilasciata al The Atlantic, l’insider sostiene che il suo ex compagno di studi era ossessionato dall’apocalisse e credeva che “lui stesso avrebbe avuto un ruolo speciale nell’accelerare l’umanità su quella strada”. “Ho detto molti anni fa che se scoppiasse la guerra Mojtaba cercherebbe di controllare la regione”, prosegue Rajabi. Che avverte: se Mojtaba farà un passo indietro e cercherà una soluzione pacifica, gli americani non dovrebbero aspettarsi che questa sia la sua vera intenzione.
Per Rajabi, infatti, la nuova Guida Suprema “vuole ingannare gli americani e la regione per ottenere da loro la fiducia” e pensa che in cima alle sue priorità ci sia il controllo del Medio Oriente che per l’ayatollah rappresenta più una questione religiosa che geopolitica”. Mojtaba viene descritto come un bugiardo seriale. “Non dirà dal suo primo giorno al potere di voler conquistare Gerusalemme (...), può mentire in un modo migliore di suo padre e sa come giocare”.
La fonte del Jerusalem Post rievoca i tentativi di assassinio orditi dal regime islamico contro la sua persona, provocati dalle critiche da lui espresse sulle azioni di Teheran. “Quando sono stato avvelenato, Mojtaba è venuto da me e mi ha detto che avrebbe indagato sulla questione” spiegando, a quanto sembra inutilmente, che tale complotto non fosse una sua iniziativa.
Fanno impressione le dichiarazioni sulla spietatezza di Mojtaba. “Se può uccidere 13mila suoi concittadini non avrà problemi ad uccidere 100mila persone a Tel Aviv”, dice Rajabi. Parole che acquisiscono più credibilità se si tiene conto di quanto si conosce del passato del nuovo leader iraniano. Il secondogenito di Ali Khamenei, in occasione delle elezioni presidenziali truccate a favore di Ahmadinejad, nel 2009, non solo organizzò i brogli ma coordinò, attraverso il corpo paramilitare dei Basiji, la brutale repressione contro i manifestanti (la protesta passata alla storia col nome di “Onda Verde”).
Il nuovo ayatollah non è dunque un Carneade. Da anni ha allacciato profondi legami con le Guardie della Rivoluzione e ha manovrato nell’ombra coordinando la sicurezza e gli affari militari per l’ufficio del padre. L’arrivo al potere di Mojtaba, che considerati i precedenti potrebbe avere le ore contate, e gli intrighi dietro le quinte per imporre la sua nomina segnano in maniera chiara come l’apparato del regime si sia dimostrato resistente, almeno in questa fase, nonostante la decapitazione dei suoi vertici smentendo così le previsioni più ottimistiche del Pentagono.

