“Non ci sono elementi contro di me”. È perentorio Sebastiano Visintin, indagato per l’omicidio della moglie Liliana Resinovich, scomparsa da Trieste il 14 dicembre 2021 e ritrovata cadavere tre settimane più tardi nel boschetto dell’ex ospedale giuliano.
Visintin è sereno rispetto all’indagine che lo coinvolge, come ha spiegato lui stesso in un’intervista a “Chi l’ha visto?”: “È un avviso di garanzia. Devono portarmi in giudizio, devono dimostrarlo. Mi hanno portato via 700 coltelli. Devono analizzarli uno per uno, un lavoro di quattro mesi. Mi viene da ridere. Non temo nulla. Sono sicuro al cento per cento di non arrivare al banco degli imputati: io non ho fatto niente a Liliana. Io ho la coscienza pulita. Non ho niente a che fare con quello che è successo a Liliana. Anche io chiedo delle risposte”.
L’indagato si mostra possibilista solo quando si sbilancia sull’“amico speciale”, Claudio Sterpin, deceduto il 14 febbraio 2026 dopo aver lottato per anni chiedendo verità per l’amata. Sterpin, quando Resinovich è scomparsa, ha dichiarato di avere una relazione con la donna, relazione a cui Visintin non ha mai creduto. “L’unica cosa che mi dispiace è la scomparsa di questo personaggio, di Claudio. Credo si sia portato con sé le cose che sapeva, cosa è successo a Liliana, i suoi segreti se li è portati nella tomba. Cose che non sapremo mai più. Una mia idea: secondo me, lui, su tante cose, se andiamo ad analizzare quello che ha detto, mi fanno pensare che lui sapeva”, ha aggiunto il vedovo alla trasmissione di Rai 3.
Intanto era prevista un’udienza, dopo diversi accertamenti disposti dalla procura, per il 30 marzo 2026, ma è slittata al 26 giugno, perché c’è stata una proroga delle indagini. Tra le prove al vaglio degli inquirenti ci sono i sacchi neri che coprivano parzialmente il cadavere della donna, i sacchetti trasparenti che sono stati trovati sulla sua testa, il cordino che teneva insieme questi ultimi, gli abiti (e le scarpe, sulle quali è stato trovato zirconio), il braccialetto che indossava, il cordino che teneva insieme un mazzo di chiavi rinvenuto nella borsa, i coltelli sequestrati all’indagato.
“Sono amareggiato per questa nuova dilatazione dei tempi - ha commentato in collegamento il fratello della vittima Sergio Resinovich - In questi quattro anni abbiamo trovato ulteriori principi di indagine che non sono mai stati evidenziati o spiegati. Io non capisco perché. Io e la mia famiglia ci stiamo logorando, sono stanco”.

