Cospito, altre due condanne per i cortei violenti. Le proteste nei social anarchici

Scritto il 07/05/2026
da Francesca Galici

Le manifestazioni del 2022 e 2023 iniziano a portare condanne per gli anarchici e gli antagonisti protagonisti dei tumulti di piazza

Continuano a piovere condanne e rinvii a giudizio per le manifestazioni violente organizzate per Alfredo Cospito tra il 2022 e il 2023, prima che gli stessi manifestanti si convertissero alla causa palestinese. Le ultime condanne sono state inflitte a 2 antagonisti di Giulianova, in provincia di Teramo, come denunciato dai “compagni” del centro sociale del Campetto Occupato. Si tratta di due condanne a 7 mesi per resistenza a pubblico ufficiale, “tra l'altro contro compagni già ampiamente gravati da problemi giudiziari”, scrivono gli antagonisti.

Come se fosse un’aggravante per lo Stato, quasi un infierire da parte della giustizia secondo gli antagonisti, che cercano in ogni occasione di dipingere lo Stato come nemico. “Due compagni sono stati condannati per il corteo che vi fu in città tre anni fa in solidarietà ad Alfredo Cospito che era in sciopero della fame, a rischio della sua stessa vita, e contro quel regime di tortura che è il 41 bis. Alla sbarra eravamo in diversi e vi sono state alcune assoluzioni e due condanne”, scrivono dal Campetto Occupato, senza spiegare e dire a quale manifestazione fanno riferimento. Ma le cronache restituiscono la notizia di 7 denunciati tra gli anarchici per una manifestazione che si è svolta a fine gennaio 2023. “Vietato parlare di Alfredo Cospito e del regime di tortura del 41 bis. Mentre in carcere tortura e ammazza un militante anarchico, questo stato borghese reprime chiunque denunci quello che sta accadendo ed il regime di tortura del 41 bis. Dopo le cariche, i divieti di manifestare, le diffide, le intimidazioni, arrivano le denunce”, si legge in un comunicato dell’epoca del Soccorso Rosso Proletario.

“Una giornata, quella, che era iniziata come presidio in piazza ma che poi divenne un corteo per le vie della città, fino alla strada nazionale, perché quello che stava avvenendo era intollerabile: un compagno rischiava di morire in un regime di tortura. Era fondamentale che ciò che stava accadendo dentro la galera uscisse fuori, ed è stato il minimo, bloccare il ‘normale’ flusso, per porre l'attenzione sulla gravità della situazione”, scrivono ancora, tentando di giustificare quanto accaduto in quelle giornate. “Non sappiamo se questa solidarietà faccia realmente paura ai nostri aguzzini, per ‘spiegare’ l'accanimento repressivo che si sta acuendo sempre più. Di certo, la creazione del ‘nemico interno’ è perfettamente funzionale a questo potere, alla sua narrazione, al suo consolidamento. Di certo il 41 bis è una tortura, per gli/le anarchici/e e per chiunque. Ed è uno degli strumenti, tra i più abietti e violenti, che lo Stato usa per vendicarsi”, è la conclusione di chi, evidentemente, dimostra di non conoscere il funzionamento di uno Stato democratico, dove vigono le leggi e dove, se queste non vengono rispettate, si va incontro a conseguenze.