Archiviato Cappato. "Il suicidio assistito diritto del malato"

Scritto il 12/03/2026
da Luca Fazzo

Il radicale portò in clinica in Svizzera due pazienti italiani e non più curabili

Un altro energico allargamento per via giudiziaria delle norme a favore del suicidio assistito: questa è in sostanza la decisione del tribunale di Milano di archiviare l'inchiesta a carico del radicale Marco Cappato, imputato di "omicidio del consenziente" per avere portato in Svizzera in una clinica della "dolce morte" un uomo e una donna malati inguaribili di tumore e di Parkinson. Cappato era già stato assolto, grazie all'intervento della Corte Costituzionale, nel processo per la morte di Dj Fabo, avvenuta sempre in Svizzera nel 2017. Ma nella nuova inchiesta la situazione sanitaria era diversa: mentre Dj Fabo non poteva muoversi ed era legato ad una macchina, i protagonisti del nuovo caso erano in quel momento autosufficienti, anche se sottoposti a sofferenze e umiliazioni. Non rientravano, formalmente, nel requisito di essere "tenuti in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale" che la Consulta aveva indicato, partendo dal caso Dj Fabo, come requisito indispensabile per accedere all'eutanasia. Ma per il giudice preliminare milanese Sara Cipolla il via libera alla morte può essere dato anche in previsione di una futura dipendenza da "mezzi di trattamento", in questo caso da un ciclo di chemioterapia e dall'installazione di un peg, un collegamento esterno dello stomaco. È un orientamento che potenzialmente amplia molto la platea degli ammessi al suicidio assistito, anche in assenza di una legge ad hoc.

Cappato si era autodenunciato per entrambi i casi, proprio con l'obiettivo (riuscito) di ottenere grazie alle sentenze il risultato fallito nel 2022, quando il referendum sul suicidio assistito venne dichiarato inammissibile. Poco dopo la bocciatura del referendum il radicale si era presentato dai carabinieri dichiarando di aver accompagnato Elena Altamira e Renato Noli in Svizzera, per morire "mediante auto-somministrazione di farmaco letale attraverso la procedura di suicidio assistito". Si trattava, in entrambi i casi, di vicende drammatiche. La Noli era affetta da un tumore diffuso in buona parte del corpo, recidivo dopo numerosi cicli di cure, viveva con una parte del cranio scoperto e, scrive la giudice Cipolla "per l'esperienza personale acquisita attraverso l'assistenza prestata ai familiari aveva avuto una chiara rappresentazione di quanto fosse atroce morire per soffocamento". Noli aveva invece una forma atipica di Parkinson la cui principale conseguenza era l'incapacità di deglutire e quindi di mangiare, aggravata da un frattura al femore che lo costringeva all'immobilità e alla dipendenza da terzi: "Romano Noli aveva manifestato la sua intenzione di porre fine volontariamente alla sua vita già nella primavera del 2022". In nessuno dei casi la fine era imminente, ma era certa e dolorosa. Per questo la Procura della Repubblica aveva chiesto nel settembre 2023 l'archiviazione del fascicolo. Dopo due anni e mezzo di attesa, arriva la sentenza del giudice: Cappato viene assolto. "Il tema rilevante - scrive la giudice - non attiene al riconoscimento del diritto alla morte, ma al diritto ad una vita dignitosa secondo l'espressione di Seneca nelle lettere a Lucilio, non vivere bonum est sed vivere bene: e dunque a una morte dignitosa".